Testi critici

Luigi Consonni

Chiesa dei SS. Gervaso e Protaso, Macherio, 2013

Più di venti le opere dell’artista Fabio Massimo Ulivieri che sono esposte nella chiesetta della parrocchiale di Macherio. Una serie di opere inusuali rispetto a quanto solitamente ci attendiamo di vedere di fronte a rappresentazioni più o meno realistiche di soggetti legati alla spiritualità, al mistero dell’Universo, dell’Uomo e di Dio.

“Le Resurrezioni” che Fabio Massimo Ulivieri, co-fondatore del gruppo artistico Symbolicum, ci propone fanno parte di una ricerca strutturale ed espressiva da lui iniziata nel 1996, dove la realtà è espressa in una astrazione simbolica figurativa priva degli elementi superflui e ridotta ai minimi elementi: al “frammento-come-totalità”, “frammento del non-finito” che ristruttura simbolicamente la virtuale totalità della visione del reale.

Ci troviamo di fronte ad una espressività che non descrive la realtà in modo figurativo; bensì attraverso segni, frammenti del reale, ci propone la sua visione: una sorta di micro-impronta che evoca un’immagine latente nella memoria e che ci riconduce al “principio”. Quindi, non descrizione di un soggetto da riprodurre, ma al contrario la sua interpretazione emotiva, attraverso la raffigurazione di frammenti di quel soggetto, che ci porta ad immergerci nella memoria e a ricreare una virtuale visione di ciò che l’autore propone. Dunque una “resurrezione”.

Nella Resurrezione del Duomo troviamo la massima espressione del suo modo di rappresentare simbolicamente il visibile: l’immagine è suggerita da una segnicità essenziale dove il gestuale e materico frammento bianco, sullo sfondo bianco della tela, con la macchia d’oro che simboleggia la Madonnina, diventa visione totalizzante del Duomo. Il bianco della tela, colore strutturale dell’opera, le ascetiche stesure del bianco metafisico del Duomo e l’oro della Madonnina, “resuscitano” quel sentimento religioso nei confronti del trascendente che da sempre caratterizza la spiritualità operosa del caritatevole animo umano lombardo.

Così come nella facciata della Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore di Milano oggi Università degli Studi, con le sue prospettive rinascimentali, i frammenti dei rosoni, le colonnine che sorreggono gli archi, grazie ad una perfetta convivenza, fusione, fra la struttura e il simbolo “risorge” la memoria di una struttura secolare che fu il luogo storico lombardo della cura della sofferenza.

Nella sua interpretazione dell’Ultima Cena leonardesca, l’iconografia di Ulivieri si sintetizza in pochi elementi figurali: Il Cristo di Leonardo, Giuda rivisitato come silhouette rossa a immagine-simbolo del tradimento e del sangue versato, gli Apostoli come sagome appena accennate compartecipi ancillari del dramma e lo sfondo color oro, simbolo della regalità e della santità. Tutti conferiscono all’opera una intensa spiritualità.

Nei quadri tondi, la poesia “religiosa” di Ulivieri simbolizza la tragedia della Crocifissione. La testa e il volto scavato del Nazzareno, la corona di spine sulla fronte e una palpitante goccia di sangue come simbolo del martirio di un innocente. Una sinfonia di luci tonali, calibrate, rende drammatica la visione del Cristo crocefisso e lascia presagire l’imminente resurrezione.

E per ultimo, ma non da ultimo, a chiusura del percorso concettuale di questa mostra, il Castello, il simbolo lombardo del potere dell’uomo sull’uomo che ne condiziona la vita e la morte, luogo che coagula le vette e gli abissi che caratterizzano la singola vicenda umana, da Ulivieri trasfigurato in una epifania metonimica: il “frammento-del-non-finito” come realtà totalizzante, “simbologia-in-divenire” nella virtualità iconologica dello spazio.

Testo riprodotto integralmente dall’originale.